La pantera. Noi della storia rubata. Ad Antonio Russo

Ad Antonio Russo, studente della Pantera e giornalista ucciso mentre documentava la guerra in Cecenia, il 16 ottobre 2000

Care ragazze,

ottobre è uno strano mese, di ricorrenze e di anniversari, tra questi la morte di Antonio Russo.

Nel video che vedete qui c’è anche lui.
Antonio Russo è stato ammazzato il 16 ottobre 2000, era un giornalista di Radio Radicale e raccontava cosa stava succedendo in Cecenia.

L’ho conosciuto occupando nell’inverno 1989/90 la facoltà di Lingue e Filosofia di Roma, la bella Villa Mirafiori, sulla via Nomentana. Credo di averci litigato un paio di volte, prima di arrivare a condividere le stesse posizioni politiche, per usare un linguaggio di allora.

Insieme al volto di Antonio ce ne sono tanti altri che riconosco.
Eravamo la Pantera. Il movimento studentesco del 1990, che occupò tutte le università d’Italia (furono le studentesse di Lingue di Palermo a cominciare) per opporsi allo scempio che si conclude in questi giorni: difendevamo la cultura per tutte e tutti, l’istruzione di massa, prima che venisse marchiata d’infamia, uno dei diritti fondamentali della nostra Repubblica.

La Pantera è stato un movimento e io, che amo i movimenti perché non finiscono e non iniziano, ma come un fiume sotterraneo di quando in quando irrompono e invadono tutto, penso che Antonio Russo, giornalista free-lance che si è fatto ammazzare per raccontare i delitti che la Russia di Putin ha commesso in Cecenia, rappresenti chi ne fece parte. Quella Meglio gioventù cui è stata rubata la storia.
Ribelle e non rivoluzionaria, in movimento e senza meta, nelle cose e non fuori di esse, coraggiosa perché ancorata al presente.
Nel presente.

Buona notte e buona fortuna

Elena

Tags: ···········

4 Comments so far ↓

  • paola

    Che ricordi… Di getto mi vengono in mente due passaggi.

    Uno il motivo di quell’occupazione: si comincio’ allora a parlare di privatizzazione dell’universita’, ovvero della ricerca. Bisognava che i finanziamenti all’universita’ passassero solo per quelle facolta’ e insegnamenti che avevano diretti riferimenti, richieste, necessità con l’industria. Era un concetto che non volevamo. Monetizzare tutto sul presente, cioe’ che vale soldi oggi e subito, il resto non conta. La ricerca, il sapere, l’universita’ per noi erano il simbolo di un’altra cosa: di un valore che vale anche al di fuori delle logiche di mercato del momento. Si puo’ fare ricerca senza un obiettivo assolutamente ben finalizzato ad una necessita’ tecnica ed industriale di ora, e cosi’ facendo scoprire, trovare cose ben piu’ grandi e importanti per l’umanita’ tutta, se non per quella singola azienda o comparto produttivo. Questo ciò in cui credevamo e volevamo difendere, e in cui credo tuttora. Si puo’ certo desiderare di razionalizzare gli sprechi, ma il concetto di sperimentazione e ricerca non puo’ restare totalmente legato e intrappolato dalle logiche di mercato di un preciso momento e contesto.

    E’ quella che il filosofo Galimberti ha poi chiamato la vittoria della tecnica. Della tecnica sulla ricerca, sul sapere, sull’uomo.
    Per questo sono orgogliosa di aver cercato di resistere e aver fatto parte di quel movimento.

    Per un’altra ragione pero’ abbiamo sbagliato e perso. No, non era il valore di fondo che ci spingeva ad essere debole, tutt’altro, era una ragione giusta e fondamentale, magari non vincente in quel periodo storico (intriso di reaganismo, tatcherismo, craxismo), ma forte da valere la pena di lottare, da valere la pena di tutto.
    La ragione della nostra debolezza fu a parer mio un’altra. Lo scorcio di questo video in cui mostra la votazione dell’occupazione non ando’ esattamente cosi’, cioe’ c’era dell’altro che non si vede e che io ricordo. Aula I di Lettere de La Sapienza gremitissima e dopo vari interventi ecco che arriva, in quel nido di grande forza ed energia da potere tutto, una larva, mette le uova e fermenta la sconfitta: si chiede di votare per decidere a maggioranza se siamo rappresentativi per votare l’occupazione. Arrotolati su noi stessi e su un concetto infantile e televisivo di democrazia. Eravamo li’, l’aula strapiena, movimento ovunque, tanti cosi’ tanti e forti cosi’ forti con le nostre ragioni solide in testa e nel cuore… e ci va a distruggere un’idea parodistica di democrazia imparata chissa’ dove, forse dalla confusione che hanno voluto insegnarci negli anni 80. La democrazia che sarebbe solo andare a votare e basta: una generazione, la precedente, così stravolta dagli anni di piombo che poi aveva fatto di tutto per farci crescere con l’idea, che disarma ogni movimento, che solo votare a maggioranza è democrazia. Come se votare (e a maggioranza) non fosse solo uno strumento, e uno dei vari che la democrazia usa. Non sapevamo del metodo del consenso? E del chi vuole fare cosa? Ma soprattutto davvero pensavamo che la democrazia si esaurisse nel voto? E nella votare per sapere se eravamo rappresentativi per votare???
    Lì, ed era l’inizio, abbiamo cominciato a sgretolarci. Eravamo ancora pieni di forze. Ma c’era qualcosa di marcio. E’ già strano votare un’occupazione, l’occupazione o la fai, o e’ inutile e rischia di essere anche dannoso che la voti. Di tutti quelli presenti in aula e che hanno votato quanti poi sono rimasti a dormire ed occupare? Si puo’ votare un’azione cosi’ forte e poi non praticarla? Significa mandare allo sbaraglio chi la fa, con la coscienza pulita di chi però ha esercitato uno strumento democratico, anzi lo strumento per eccellenza, il voto.
    E votare per decidere se siamo rappresentativi per votare? Un loop che si incarta su se stesso. Quasi che per assumerci quella responsabilita’ avessimo bisogno del rituale (qui del tutto privato di senso, anche solo logico) della votazione. Dell’unico rituale a cui evidentemente assegnavamo il solo e decisivo valore. E’ qui che abbiamo perso.
    Non erano le ragioni dell’occupazione ad essere deboli, tutt’altro. Erano le idee sbagliate sul concetto di democrazia, di forza, di consenso, di cambiamento, di rapporti sociali che ci avevano cresciuti a rendere inefficace l’esercizio delle nostre ragioni, energie, valori.

  • Sergio

    E’ tanto tempo che non penso a quegli eventi… Grazie Elena per avermici “riportato”…
    Quello che ricordo di quei mesi è l’invadente presenza dei media, non solo fisicamente, lì, nelle università, ma anche nelle discussioni interne, nelle aspettative di tanti, nel narcisismo creato ad arte. Oggi non ci facciamo più caso, perché è quotidiano, ma allora era la priva volta che io media si presentavano con tanta potenza, e imponevano la loro agenda.
    A essere dei maghi o degli oracoli, avremmo potuto indovinare cosa ci aspettava. Ma per fortuna nessuno è mago e oracolo, e questo ci ha regalato qualche anno di speranze.
    Sarebbe interessante ripensare a quella storia in termini di futuro e di opzioni, dal cuore del regime della mediocrazia …

  • Elena

    Cara Paola, caro Sergio,
    grazie dei commenti, per ora.
    Aspetto a rispondervi, abbiamo tempo.
    Un abbraccio
    Elena

  • Andrea D'Emilio

    Grazie Elena per il video!
    Ci dai qualche ricordo di Antonio Russo, il più grande giornalista abruzzese di sempre? Con franchezza, nessuna agiografia.
    Buona serata,
    Andrea, Pescara e pescarese.

Leave a Comment