C’è stato un tempo, verso la fine degli anni Ottanta in cui le persone che frequentavo si divisero in due schieramenti, che si aggiunsero alle divisioni classiche: PCI o DP, romaniste o interiste, dedite o non dedite al consumo di cannabis.
Si formarono due scuole: quella di Tangos e quella di Sur. Entrambi film di Fernando Solanas, regista argentino.
Tangos – El exilio de Gardel (1985), ambientato a Parigi verso la fine degli anni Settanta, è ovviamente dedicato al tango, ma anche al tema dell’esilio degli argentini durante la dittatura militare e come condizione esistenziale, e a Carlos Gardel, il cantante famoso per il suo Volver (Ritornare), scomparso nel 1935 in un incidente aereo. Tangos, un musical quasi, è soprattutto una testimonianza surreale del lavoro collettivo necessario a portare in scena _lo spettacolo_, la tanguedia.

Sur (1988) è il film dedicato al ritorno dopo la fine della dittatura. Floreal, uno dei protagonisti, esce dopo cinque anni dal carcere e non sa ritrovare la strada di casa. Gli viene in aiuto “El negro”, un amico o meglio il suo fantasma, che gli spiega per filo e per segno tutto quanto è successo durante la sua assenza. In una Buenos Aires notturna con carte che volano ovunque, Floreal viene a conoscenza della vita che non ha vissuto. E’ un film passionale, erotico, ma come il primo anche ironico, divertente, onirico.
Io non ebbi dubbi, m’iscrissi al gruppo pro Sur.

Il personaggio in cui m’identificai: Marìa

Nell’autunno del 1989, dopo aver riempito le orecchie mie e delle mie amiche con la musica di Astor Piazzolla tenendo rose rosse tra i denti, aver ballato e sognato dell’Argentina sino allo sfinimento, con 200 dollari in tasca presi la decisione di partire e volare fino a lì. Macinai molti chilometri in un autobus che dal Brasile mi portò fino a Buenos Aires, viaggiando con un pittore basco (ciao Jesùs Dick Rekalde!), gli artisti squattrinati di un circo, due studenti con uno zaino pieno di pietre preziose, un cantante di tango che mi regalò un disco 45 giri (ce l’ho ancora) e una bellissima signora nera con tante collane e bracciali e un sedere monumentale che a vederla solo, si sentiva il ritmo del samba.
Arrivai a Buenos Aires un po’ acciaccata. Mattina presto, prestissimo. Fermammo un signore e gli chiedemmo di un buon albergo, non troppo caro. Ce lo indicò e fece un discorso tutto suo che finì con: “Perché vede signorina, noi non viviamo, noi sopravviviamo”.
Pensai allora: “Ce l’ho fatta, sono arrivata, è tutto vero”.

Buona notte e buona fortuna

Elena

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