Alle migranti
Care ragazze,
ci vuole coraggio a scrivere un blog come questo. Al punto in cui siamo non serve a nessuna. Costa fatica e mi dico (dite): e allora smetti.
Ma.
Lorenza, l’amica di quello che fu il Collettivo studentesco romano, incontrata a quasi tutte le manifestazioni degli ultimi mesi, ha promesso: “Elena, ti voglio regalare una maglietta delle donne di Rebibbia (il carcere). C’è scritto – Mai stata zitta in vita mia – Fa per te”.
Mai stata zitta. E come potrei smettere adesso? Imparerete che da un certo punto della vita in poi è impossibile cambiare strada. Mai stata zitta in vita mia. Almeno questo.
Ddl 733, così si chiama la vergogna che il Senato della _mia_ (anche mia) Repubblica ha approvato il 5 febbraio 2009.
Una robaccia che nessuno riesce a digerire senza avere qualche rigurgito. Medici, poliziotti, gente comune. La Chiesa di Ratzinger no, sta tranquilla e non rigurgita, tace: ha fatto un buon affare. Ha venduto la salute e la vita di donne e uomini migranti in cambio del costoso mantenimento di morti viventi, ma italiani. Tra tubi, sonde e sondine, suore e cliniche cattolicissime e privatissime i 40 danari sono garantiti. E di questi tempi aiutano.
Ho un passato da migrante. Nel 1998, vivevo a Lisbona, in Portogallo.
Complicato avere il permesso di soggiorno (mai ottenuto), il permesso per lavorare (ma ho lavorato), per abitare, per vivere. Che fatica intrattenermi con l’autista del pullman che a mezzanotte, finito il turno di lavoro, mi riportava a casa e puntualmente chiedeva: “Ma che sei venuta a fare qui? Non potevi restartene al paese tuo?”.
E io a spiegare e giustificarmi. Ero in debito con la categoria. Grazie ad un autista avevo avuto quel lavoro. La mattina del colloquio, infatti, non ero riuscita a trovare un bancomat funzionante e non avevo soldi in tasca. Ero salita sull’autobus senza un escudo. In Portogallo sono gli autisti a fare i biglietti. Dichiarai senza remore la situazione. Dovevo attraversare il ponte Vasco da Gama, nuovo di zecca, senza pagare. Ci riuscii. Alle prime luci del mattino, l’anonimo autista ed io, parlammo di tante cose attraversando il Tejo. Come due persone. Mentre scendevo alla fermata, disse: “Menina (ragazza), pagherai la prossima volta, lo so”. Conservo ancora nel portafoglio l’abbonamento. Con tanto di foto.
Penso alle donne migranti che partoriranno nel mio (anche mio) paese e che rischieranno di morire dando la vita (oh Ratzinger la vita!) senza alcun tipo di assistenza sanitaria e che non avranno il diritto di dichiarare che il loro bambino è nato, è vivo e ha un nome.
Facciamo un po’ d’ordine e diciamo come stanno le cose: la nostra cultura della vita contro la vostra cultura di morte.
Buona notte e buona fortuna
Elena











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