Non ho mai pensato di diventare una fotografa professionista. Non sono nemmeno riuscita a diventare una fotografa dilettante. Da anni ormai scatto solo fotografie a colori, ma al digitale ancora non ci sono arrivata. Continuo a trascinare in giro la mia Canon A-1 che pesa come un macigno e ne sono pure contenta. Come obiettivi uso solo il 50 mm e a volte il 28 mm.
Prima fotografavo in bianco e nero (soprattutto pellicola Tri-X), sviluppavo e stampavo per conto mio.
In passato mi è capitato di fare fotografie belle. E la bellezza maggiore, la felicità, non l’ho provata uscendo dalla camera oscura con il risultato da mettere a mollo per il lavaggio. Ho provato felicità facendo lo scatto, dicendo a me stessa: “Ecco, sììììì, ce l’hai fatta, è proprio così che la volevi!!”.
La fotografia in bianco e nero segue regole tecniche abbastanza rigide dettate, ma non solo, dalla luce, lo spazio e il tempo. Chi conosce bene queste regole, e sa superarle, diventa artista. Sono arrivata a padroneggiare forse un decimo di queste regole, e lo stesso ho provato grandi emozioni.

Ho tradotto la biografia, che sarà nelle librerie a fine novembre 2007, Gerda Taro Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola, di Irme Schaber.

Pubblicazione voluta e promossa dall’associazione di fotografe gerdaphoto (www.gerdaphoto.it) di Elisabetta Bini, Mariella Boccadoro e Flavia Fasano. La casa editrice è Deriveapprodi (www.deriveapprodi.org/index.php), Ilaria Bussoni è responsabile dell’edizione.

Mi piace chiamarla una storia di donne.
Siamo tutte femmine. Dalla prima, la protagonista, Gerda Taro, all’autrice, Irme Schaber, fino all’ultima, che sono io, la traduttrice, passando per Flavia, Ilaria, Elisabetta e Mariella.

Spero di aver fatto un buon lavoro, di aver tradotto bene l’opera straordinaria che Irme Schaber ha saputo e voluto proporre, intervistando persone, raccogliendo articoli, andando a scovare manoscritti mai pubblicati, per riuscire a capire chi fosse Gerda Taro. Un grande lavoro di ricerca, un’autrice che non si è mai arresa o voluta risparmiare. Mi servo di questo strano mezzo, un blog, per ringraziare Irme Schaber. Vielen Dank, Irme.

Chi era Gerda Taro? Una donna, una fotografa. Chi vuole saperne di più legga il libro. Non ho intenzione di scrivere un riassunto.
Voglio scrivere d’altro, mettere giù i pensieri che ho adesso, prima che si perdano.

Voglio scrivere delle fotografe e delle traduttrici.
Sono due attività molto diverse, eppure, eppure hanno due cose in comune.
La prima: i diritti sul prodotto del loro lavoro.
La seconda: quello che io chiamo lo sguardo dalla seconda o terza fila della platea di chi osserva la vita e vi partecipa, ma sempre dalla seconda o terza fila.

I diritti o copyright.
Aprite un libro con tante fotografie, di storia per esempio. Forse negli ultimi anni la situazione è cambiata, ma in genere non troverete citato l’autore o autrice delle foto.
Aprite un libro di uno scrittore o scrittrice straniera. Le ultime edizioni sono più cortesi e riportano il nome del traduttore o della traduttrice (nel colophon, se va male, nel frontespizio, se va bene), ma se vi capita un’edizione del 1960, per esempio, il più delle volte non troverete citato il suo nome.
Fotografie e traduzioni che si sono fatte da sole?
Quali sono i meccanismi che hanno determinato e determinano tuttora un misconoscimento dei diritti d’autore per queste due attività?
Ci sono due ordini di ragioni, ben intrecciati tra loro ovviamente: il fattore economico e la diffussissima tesi che a svolgere queste due attività non ci voglia poi tanta scienza.
La fotografa riprende una realtà che è lì, esiste, mica l’ha creata lei, vero?
La traduttrice mica scrive il libro, mica lo crea lei, no?
Perché mai dovrebbero essere pagate adeguatamente? Perché dovrebbero essere citate?
Che ci vuole a fare uno scatto o a tradurre?
Il libro era già lì, la realtà era già lì.

Lo sguardo dalla seconda o terza fila ovvero non sono una prima donna.
Ci sono persone cui non piace salire sul palcoscenico o addirittura assumere il ruolo di prima donna. Anzi, preferiscono sedersi in seconda o terza fila. Non per timidezza, sfiducia in se stesse o altro. No. Il più delle volte scelgono di vivere così perché molto hanno ragionato o molto hanno vissuto.
In seconda fila ci si va per scelta consapevole, credo io.
Le traduttrici e le fotografe scelgono la seconda fila. Non sono le protagoniste della Storia, stanno però lì a riprenderla e a far conoscere chi invece ha scelto di essere protagonista. Non creatrici di nuovi mondi ma traduttrici di essi, disposte a coglierne il senso e a restituirlo.

Alle fotografe e alle traduttrici, ovunque siano, questi inadeguati pensieri.

Buona notte e buona fortuna

Elena

Link su Gerda Taro
Foto da La Repubblica
Manuela Fugenzi, L’eredità di Gerda Taro, «Storicamente», 4 (2008)
Sara Galli, Gerda Taro e le altre, «Storicamente», 4 (2008)

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3 Comments so far ↓

  • Mariposa

    fotografe e traduttrici, che con i vostri linguaggi ci fate volare lontano, sognare a volte sospirare e annaspare…non vi vedo sedute in seconda fila, quanto intente a tessere nuove trame per permetterci di assaporare il mondo in mille nuovi modi, a controllare e muovere i fili dei protagonisti sul palcoscenico…forse vi paragonerei più alle tecniche della luce che a delle spettatrici, perché senza di voi non potremmo neanche vedere e godere dei segreti e delle infinite potenzialità della mente umana!! good night and good luck from new york…

  • Elena

    Quando sono stranita mi metto a sentire il primo CD dell’Orchestra di Piazza Vittorio http://www.orchestradipiazzavittorio.it/, e mi concedo un paio di bicchieri di vino rosso. Continuando a lavorare, ovviamente, davanti al computer.
    Anche adesso.
    Tre quarti di luna è il titolo della mia canzone preferita. La canta Houcine Ataa, tunisino, catena d’oro al collo, occhiali a specchio e anima fragole e panna, un poeta.
    Sahara Blues non è da meno e il cantante Ziad Trabelsi, tunisino anche lui, m’incanta a guardarlo e sentirlo. Ve lo consiglio.
    Sono molto stranita oggi.
    “Anch’esso” questa la causa del mio mal. “Anch’esso” riferito a persona.
    Nulla di male a scrivere e parlare ignorando le regole della lingua italiana. Certo. Non però se si usa “Anch’esso”, riferito a persona, per correggere una frase nella mia traduzione. E se lo si pubblica nella mia traduzione.

    Buona notte e buona fortuna

    Elena

  • luca pagni

    Cara Elena Doria,
    visita la pagina web http://www.photographers.it/articoli/gerdataro.htm
    che ho dedicato a Gerda Taro, compagna di Robert Capa, al quale ho sedicato il CD: http://www.photographers.it/articoli/cd_capa/index.html

    L’11 gennaio 2008 alle 18,30 si terrà un incontro con Irme Schaber, Elisabetta Bini, Elena Doria, Manuele Fugenzi a via del Pigneto 247 Roma

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